Rovereto, agosto 2003


Il Mal d’Africa vissuto con gli occhi di dentro.
Ha scritto un critico famoso, il Wölfflin, che”il vedere è una cosa che deve essere appresa” Eppure quanti credono ancora che, l’arte possa parlare a tutti, che basti dare un’occhiata ad un quadro, per sapere tutto di esso! Si racconta di un collezionista che, dopo aver acquistato da Cèzanne una delle sue belle tele, gli abbia chiesto candidamente: ‹‹ perché ciò che si dice un buon quadro è così orribile a vedere? ››
Ma un critico assai volte vede con estremo favore un quadro diversamente dal comune uomo della strada, che magari lo reputa un lavoro mediocre, o viceversa stronca ciò che gli altri reputano un ottimo lavoro. Il fatto è che bisogna saper vedere, e in questo caso ha ragione Schopenhauer quando afferma che ‹‹un quadro è come un re, il quale è necessario aspettare che parli prima di noi ››.
Quanti di noi sanno vedere un quadro, leggere dentro di esso quello che l’artista vi ha messo del suo, che non è necessariamente quello che balza a prima vista ai suoi occhi? Perchè il pittore, - così come il poeta sa estrarre come parola, in una susseguenza di versi, l’immagine del mondo che c’è dentro di lui, - il pittore, dicevo, sa estrarre, o meglio liberare l’immagine di ciò che solo lui vede in una cosa ( che sia u n ritratto, un panorama, una natura morta), e riprodurla sulla tela non come la vedono i suoi occhi di fuori, bensì i suoi occhi di dentro. Lo sguardo dentro è un elemento creativo sempre presente i ogni opera d’arte, lo sguardo rivolto all’artista verso la propria interiorità diventa elemento specifico e motivo iconografico sostanziale nell’opera che sa riprodurre.
Questo atto diventa paradigma dell’esistenza, nella quale l’anima sa abbandonare la materia e raggiungere una condizione di piena spiritualità. Un termine non più in uso, “sguardare”, è il termine più appropriato per indicare questo guardare attento, curioso, riflessivo del pittore ma anche dello scultore, del poeta, del filosofo e del fotografo d’arte.
Poeta e pittore fanno metafora di ciò che vedono e sentono, e noi, se ne abbiamo la sensibilità necessaria, riusciamo a riconoscere nella loro opera questo sguardo dentro di sé che vi hanno lasciato come testimonianza, come chiave ermeneutica di lettura.
Questa premessa la ritengo necessaria per capire la poesia e la spiritualità delle opere di Mariella martinelli, che ho già avuto l’occasione di ammirare presso la sede del centro di Cultura Rosmini di Trento. Sulle tele dedicate a questo suggestivo mondo che è l’Africa, il continente nero che per generazioni ha incontrato noi europei. Non si scrive e non si parla forse di Mal d’Africa, vale a dire quella sottile e struggente nostalgia che coglie chi nell’Africa ci ha vissuto, e vivendoci ne ha potuto godere il suo fascino misterioso, inquieto e inquietante? E opportuno con questo termine, Mal d’Africa, io intitolerei le belle, poetiche e spirituali della Martinelli.
Non so se la pittrice abbia veramente conosciuto quel Africa che ha così bene interpretato o se si sia affidata in parte ad esperienze altrui e in parte alla propria sua interpretazione. Cosa di poca importanza, perché basta anche saper cogliere la poesia di una cartolina o di una foto ben fatta, per farne metafora, dargli il proprio marchio di qualità, aggiungervi quello che ha visto il suo sguardo di dentro. Del resto, il romanziere Emilio Salgari, che nei suoi racconti magistrali ha fatto conoscere a noi ragazzi il fascino misterioso del mondo orientale, non si è mai mosso dalla sua Verona. Quello che spicca per prima cosa in questa tematica pittorica è la poesia e nello stesso tempo la vivacità dei colori. I colori sono, in effetti, il simbolo magico e spirituale dell’Africa. E qui, in queste tele, c’è tutto il mondo così diverso dal nostro, con rappresentati alcuni momenti dei riti e delle tradizioni e dei costumi dell’Africa nera, della vera Africa, quella tribale ancora in parte selvaggia ma genuina con i suoi costumi e le sue superstizioni, i vestiti semplici ma vistosi, i tatuaggi e le scarnificazioni, le pettinature complicate e stranissime, le tinture dei capelli e dei denti, con l’uso di inserire degli anelli nel settore nasale e sul labbro inferiore, e un grande numero di braccialetti alle gambe e alle braccia, o collane di conchiglie al collo. Un’Africa che forse non c’è più, o solo in qualche zona ancora risparmiata dalla civiltà.
Un mondo che è rappresentato con grande dovizia di particolari dalla Martinelli, che pare un mondo anche suo, perlomeno sentimentalmente e spiritualmente.
Un mondo, tra l’altro, che mi fa ricordare quello descritto in un libretto della Biblioteca dell’Università Popolare Milanese, dal titolo l’Africa, uscito ancora nel lontano 1914, che conservo gelosamente, e di cui non posso non citare una breve ma interessante passo, che bene si addice a queste tele: ‹‹ Le donne sono a volte orribili di viso; portano i capelli corti, tatuaggi, braccialetti, fazzoletti in testa, ed hanno quasi aspetto di uomini. Cosa naturale per esse è starsene anche quasi completamente ignude, senza provare senso di pudore né di vergogna. Tutte vanno pazze per le stoffe, specie per quelle con i colori vistosi, e quelle di loro che si possono mettere addosso un cencio qualsiasi ma colorato di vivo, si sentono, e vengono considerate dalle altre, infinitamente superiori, delle privilegiate››.
Parole, queste, da mettere in cornice e aggiungere ai quadri della Martinelli. Sarebbero la migliore presentazione, il più efficace commento delle sue opere.
Italo Bonassi

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