CRITICHE
BORGO VALSUGANA "SPAZIO KLIEN"
"cascata" "movimento d'amore"
Mariella Martinelli: lo stupore del sogno ad occhi aperti
Se l’occhio non fosse solare,
Come potremmo vedere la luce?
W.F. Goethe, Farbenlehere
Il colore è un sentimento vivo che, a tratti, si contrae e si dilata. Pulsa come potrebbe fare un cuore in cui è racchiusa l’esperienza del mondo. E’ il cuore che fa germogliare ogni conoscenza, ricordavano gli antichi egizi, anticipando di millenni l’alito caloroso dei romantici che vedevano nel colore l’espressione fisica di un’entità spirituale. Sullo stesso rigo di un pentagramma completamente rinnovato suona gli accordi Mariella Martinelli, giocando sulle e con le note: ognuna di essa corrisponde ad un percorso. C’è quello figurativo e, voltando l’angolo, troviamo timidi cenni di quell’astrazione pittorica che vuole essere alchimia dei sentimenti. E poi fa capolino l’espressionismo portato oltre ogni dimensione di riconoscibilità. Tutti però sono rigorosamente affluenti di un fiume che si dilunga per tutto il percorso e la durata della vita dell’artista. Mentre l’acqua del mare è solitamente ferma e quando c’è la tempesta si avvolge su se stessa non spostandosi mai, quella del fiume è una forza dinamica che porta con sé lo scorrere del tempo, segna le scansioni dello spazio allargandosi e restringendosi, fonda un sapere fatto di quiete alternata a rapide spumeggianti. E dentro, come su di una barca, altre volte nuotando, ci sta l’artista. Ogni viaggio che intraprende è una ricerca su di sé e dentro di sé. Quindi quando è la volta di preparare lo zaino, di decidere cosa metterci dentro, di volta in volta muta il contenuto, così come lo stile, così come il linguaggio. Perché ogni viaggio, essendo tendenzialmente ed essenzialmente mitico, ha bisogno dei suoi simboli. E lei oscilla tra due modi apparentemente opposti ma che costituiscono la struttura dei suoi lavori: procedere innanzi o rinchiudersi in sé. In altri termini scegliere la ricerca o l’erranza.
La maggior parte delle volte segue una pista mista, che forse è quella più viva, prolifica, significativa anche se, apparentemente, potrebbe creare depistaggi nel pubblico o in chi non conosce i percorsi meandrici di Mariella Martinelli. Dominata dall’immagine che compenetra tutto il suo essere interiore, l’artista si mette in cammino ricercando l’immagine al di fuori di se stessa, perlustrando disperatamente ogni forma nel mondo sensibile, dall’Africa ai paesaggi mòcheni, dall’amore alle isole evanescenti, dall’angoscia al risveglio dei campi – che è il risveglio dell’anima – fino a ritornare, sempre e immancabilmente, al tempio dell’anima. Al contempo questo procedimento è una forma di erranza. L’erranza rappresenta quello spostamento laterale – non ha un fine, un obiettivo, uno scopo – che ha come senso soltanto quello di fuggire dalla propria psiche. Cosa impossibile, per cui il supporto dell’artista è sempre lì pronto ad accogliere il rifluire inevitabile nel cerchio infernale delle domande senza risposta.
Quindi accantonando le paratie pregiudiziali, quest’arte vagola continuamente tra l’Io e il mondo. Di quest’ultimo si nutre quotidianamente, del primo è la boa che bisogna aggirare ogniqualvolta si deve riflettere sul ritorno del pendolo.
Per far questo la nostra artista declina una pittura dolce e carezzevole, mai violenta, seppur i colori paiano talvolta esplodere cercando di superare la cornice. O, qualche volta, implodere, scegliendo la fuga rassicurante verso il cuore stesso, luogo dei crocevia e delle sicurezze. Un colore che viene depositato prevalentemente sulla carta, dalla grana grossa perché questo supporto è già di per sé un paesaggio e un corpo.
Il colore per l’artista è qualche cosa di più che non il succedersi chimico di pigmenti che si coniugano, celebrando nozze mistiche. O che sottostanno a regole troppo rigide dei primari e dei complementari, delle sequenze e degli apporti, imprigionando in tal modo il senso stesso del creare e del fare.
Come la nostra vista vede con assoluta chiarezza gli oggetti colorati solamente quando questi sono illuminati dal sole, analogamente all’anima, che raggiunge una chiara comprensione delle cose soltanto quando sono illuminate dalla luce della verità e dell’essere.
Le tavole sono icone dell’anima. Lì si combatte la guerra dei mondi, ci si lascia incantare dallo stupore infantile del femminile. Il gesto che delinea forme non sempre – volutamente – riconoscibili. Forme che si offrono sulla mensa dove si compie il sacrificio del proprio essere: su questa tavola non sempre imbandita, come non sempre preparata è la tela o la carta, si stagliano le pulsioni del cuore, dell’anima, ma anche e soprattutto del fisico. Il gesto è una forma di erranza della psiche: si lascia andare credendo che stia sotto l’egida dell’improvvisazione e dell’inconscio. In realtà c’è sempre una legge archetipa che regola il tutto. Anche il caos che non è mai tale, ma solo apparente.
Se dovessimo fare un accostamento alle opere dell’artista potremmo chiamare in campo il caos primigenio, nero e magmatico, della Genesi. Quel caos fatto di fuoco, aria, terra, acqua, da cui scaturisce il mondo organizzato, compiuto, sistematico. Un caos di cui il mondo però non può fare a meno e, ricorrentemente, come le fasi della vita della nera dea Kali, l’Iside vedica, vi ritorna per farsi frullare nuovamente e rigenerarsi dall’oceano di latte.
La mente è un flusso senza argini attraversato da vampe che si perdono. Occorre tracciare un cerchio, una cornice, un templum per poter servire all’artista, per poter utilizzare l’energia canalizzandola in segni, forme, colori, volumi. Da qui nascono queste opere, veri e propri vulcani. Non bisogna farsi tradire dalla leggerezza della carta, dall’impalpabilità, talvolta, del colore, dall’esiguità del segno. Questi non sono mai elementi arroganti, sono lì per essere declinati assieme alla vita. E la trasparenza può farci capire come l’aria sia la vera padrona, assieme all’amica luce. Una asciuga i desideri e i sogni, l’altra illumina i percorsi. E i soggetti, anche quando fa capolino l’elemento figurativo, sono corpi desideranti fatti di natura, vegetale, minerale, umana. Imprendibili come i fantasmi. Eterei come il sonno e il sogno.
Fiorenzo Degasperi

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